Racconti
per lettura pubblica o rappresentazione
contattare la SIAE sez. DOR e il sig Marco Ubaldini
responsabile organizzazione

DIARIO DI GUERRA
Centocinquattaquattro
Questo era il mio
numero d’attesa
per poter parlare
con il responsabile
tasse rifiuti.Eravamo tutti
nella stessa sala
azzurra. Televisori
accesi senza volume
e la speranza di
potercela fare
entro mezzogiorno.Quella brutta stronza
acetona dell’ufficio
informazioni – così
l’aveva definita
la mia compagna
di guerra – dispensava
numeri, saliva
e occhiatacce!
Prima o dopo il
purgatorio tocca
A tutti.Un urlo lacerante
ammutolì la sala
mi chiama il direttore?
Mi chiama il direttore?
Siete dei ladriiii!
Un applauso.
Commenti tutti a
favore della voce.
E’ perché nessuno
parla, né io, ne lei!
Adesso chiamano quei
poveracci della vigilanza!
A me manca un
Occhio e domani
mio figlio si opera!
Sono sei anni che
mi torna indietro
la multa!
Ma me le faccia
vedere le ricevute!
Noi siamo ebrei!A me piacciono tanto i
carciofi alla giudia
Tanto quello che è
competente non scende!Poi
tutto tornò come prima.
Quell’occhio ferito su
quel viso da generale
appannò i miei
pensieri.
Mi sentivo incastrato
nel meccanismo d’una
vita non mia.
Avrei preferito che
mi pignorassero
tutto…che macerassero
carte, oggetti,
riferimenti e mi
lasciassero in pace.
In pace con la vita
mia stretta stretta
in questa fossa
della prima linea.
La trincea è
un foro nella corteccia
dell’universo…
Si sta in tanti e
per un po’ si può andare
anche d’accordo ma
per un po’. Poi, poi è
guerra tra noi
della stessa specie…
lotta senza quartiere!L’uomo non si fida
dell’uomo.
L’uomo chiede a Dio
protezione, considerazione
e fa un patto e si
lega ai Dieci Comandamenti e
rispetta solo l’undicesimo :
quello che scrive
sulla tabulae rasa
della sua striminzita
vita.Ma quando le bombe
prendono in pieno il
tuo vicino, si
resta immobili,
si trattiene il respiro,
si riparla con Dio
e imbarazzati, sottovoce si dice
grazie!
Poi si prova a pensare
Perché ha fatto uccidere
lui e non me? Io
avevo tanti peccati
da scontare. Mi vuole
lasciare qui nel Purgatorio
terrestre! O questo è
l’inferno e noi ci
illudiamo di vivere.
Forse le preghiere vengono
esaudite per tantii?
Chissa!Mancavano venti numeri
e cominciavo ad avere
fame. Guardai la
pancia d’una ragazza:
c’era un bambino dentro.
Ero lì tanti anni fa
a nuotare nell’acquario
di mia madre.
Non era buio. Si percepiva
Tutto. Conoscere
la propria madre senza
essere visti! Fumavo
a quei tempi, mi piaceva,
furono otto mesi pieni
d’euforia, dico ottobre
perché il primo non lo ricordo! Aspettavamo,aspettavamo.
Avrei voluto attaccare,
facendomi proteggere
le spalle, ma qualcosa
luccicò non troppo
lontano dalla trincea.
Rinunciai.
Ebbi il timore che
da un momento all’altro
un colpo di mortaio
ci avrebbe preso tutti.
Ma quel luccichio era
un dente d’oro, un
molare che rividi bene
nello sbadiglio.
Era una bocca,
una delle tante bocche
che quando s’aprono
sembrano il cassetto
d’un orefice o il
catalogo d’una
fabbrica di sanitari.
Una bocca che aveva
masticato a tutte le
temperature della
vita, che aveva
baciato l’amore
e gustato quei rari
momenti di serenità
della vita.
Una bocca amara
in quei giorni in
cui fuori va tutto
bene e dentro il
tuo cuore arrivano
richieste assurde,
voglia di zucchero,
di purificazione,
di medicina
definitiva per
stritolare il male. Chissà cos’era sucesso
tanti anni prima
quando fu impiantato
quel dente d’oro.
Sarà cambiato
qualcosa? Una volta
quelle bocche facevano
effetto, ora nessuna
emozione. Ma quel
luccichio mi fece
stare in guardia.
Cosa pensavano gli
altri di me? Chi ero
per loro?
Solo un soldato con
medaglietta da spezzare
in caso di dipartita?
O un uomo con
tutti i tempi del
verbo essere :
sono, ero, sarò, fui, sarei.
Un semplice soldato
o qualcosa di più?Mi alzai e andai
In bagno. Attraversai
tutta la sala. Il
mondo era lì, certo
mancavano i monaci
tibetani, gli indios,
una giovane Brigitte Bardout
e più di tutti Melson Mandela,
Madre Teresa e
il signor Walt Disney.
E quando manca
gente carismatica
si sprofonda
nei torpori del
pensiero, quello che
ha un orario. Ma
io volevo rimanere
appeso alle lancette
del grande orologio
della vita e di
fronte al distributore
di merendine e acqua
pensai E se fossi
stato un prete? Avrei
evitato il servizio militare!
Non sarei stato in
trincea accucciato ad
aspettare e aspettare.
Chissà come sarei stato
in un convento
come quello di Assisi
o in una abbazia
a Subiaco. Cosa
avrei fatto?
Cosa avrei avuto tra
Le mie mani al posto
di queste poche
munizioni?
Presi una crostatina
molto buona e ritornai
al mio posto. Qualcuno
s’era spostato o se ne
era andato. Il c
conteggio dei numeri
era in fase di stallo
e smisi di pensare
per un po’ o almeno
ebbi questa sensazione. Mandare in frantumi
la responsabilità.
Lasciare tutto e
andarsene, via,
fuori.
Abbandonare l
campo di battaglia.
Rischiare d’essere
sparato alle spalle.
Ma c’è una percentuale
molto bassa.
Tornare a casa.
Anzi no.
Entrare in un
hotel con le stelle
tutte in fila e
chiedere la stanza
centocinquantaquattro.
Vivere lì.
Ordinare subito
una bottiglia di vino
bianco fredda fredda
e uno spuntino.
Girare nudo per
la suite e
cominciare a scrivere
lettere sulla carta intestata
della catena alberghiera.
Crollare sul letto.
Dormire dieci minuti.
Musica classica.
Ordinare due
abiti eleganti con
rispettive camice
cinta, pullover, scarpe.
Dal terrazzino guardare
la vegetazione e
il panorama laterale
dell’umanità.
Poi scendere in sala
e pranzare bene,
un po’ di tutto.
Forse comprare subito
un ottima stilo.
Lasciare una poesia
al vecchio cameriere
e tornare in camera
per la siesta.
Assolutamente un
caffè alle 16 sul
terrazzo e chiedere
se quella signora signorina
sotto in giardino
è impegnata. Non
ascoltare la risposta e
mandare un mazzo
di fiori dentro
il vecchio elmetto.
Vederla sorridere e
portarla subito
in centro a comprare
un cane, un’altra stilo,
un cappotto, gli occhiali,
un libro senza parole.
Mentre sposto tutte
le mie cose vicino
al divano e lascio
a lei il letto
king size le annuncio
che domani si parte.
Perché?
Perché è giunta
voce che anche
l’albergo è pronto
ad entrare in guerra
e noi, scusa se già
di noi, noi non
ce lo possiamo
permettere più.
Un taxi, all’alba
ci porterà, dopo
nove ore di viaggio,
ai piedi della funivia alle 17,
saremo nell’albergo
sul ghiacciaio lontani
dalla battaglia.
Sempre vita
d’albergo faremo!Ero rimasto a
fissare uno spazio
senza persone. Era
come se avessi dormito
un po. Mi sentii un
pochino meglio. I numeri acceleravano,
ora almeno settembre di seguito.
Mi sentivo scoperto,
qualcuno aveva sbirciato
nei miei pensieri.
Ritornai al mio posto
che sembrava
un po’ più stretto,
eppure eravamo
di meno.E se dopo tutta
questa attesa
m’avessero detto
che avevo sbagliato
sportello, oppure di
tornare un altro giorno! Un altro giorno?
Tornare?
Avevo sbagliato guerra?
Forse dovevo andare
diritto e poi a destra,
e invece avevo fatto
tutta quella strada
perché mi avevano
detto che la guerra
è sempre lontano
da casa, altrimenti
sarebbe stato tutto
più grave.
Non volevo sapere,
aspettavo con coscienza
ed incoscienza insieme.
Ad un certo punto pare che
ci si abitui all’attesa
e non si vuole mollare
la battaglia, nel pericolo,
nel freddo, la pioggia,
il grande caldo con
i suoi mantelli di
zanzare e l’odore
che ci appartiene, ma
dà fastidio, di altri
uomini.C’era chi parlava, parlava
e parlava, non smetteva
mai di raccontare
tutti i fatti della
propria vita e chi
ascoltava a cosa
pensava? A quei
giorni dove stiamo
veramente bene, in
pace con il presente e
sorridiamo ai bambini
e parliamo con i pescatori.
Forse quello pensava
mentre le parole
cadevano a terra come
bombe a grappolo.
Non volevo leggere
Il solito romanzo tappabuchi
Che ci portiamo sul treno,
sul bus e dal dentista.
Dentro quel romanzo
c’è l’estate, il paradiso
e l’inferno, gli angeli,
il sud, le strade.
Ma tante volte non
Ci siamo noi. Ti posso dire una cosa?
Prego.
Sembri tanto mio figlio!
Ah sì, ma lei è giovane?
Giovane sei tu?
Insomma!
Mio figlio fa un lavoro
simile al tuo.
Come fa a sapere che
lavoro faccio?
Lo vedo dalle mani e
da come stai dritto con
la schiena…e da
come ti difendi!
Come mi difendo?
Sì, sei sicuro di te stesso
e non ti fa paura
l’arrivo del crepuscolo.
Non lo so neppure io!
Anche mio figlio non
Lo sa! Ma lo so io… quando
è uscito di casa
l’ultima volta
mi ha detto “ vado
al fronte, ci vediamo
stasera!” Ma questa
giornata è molto lunga e
stasera non arriva mai. La
madre di un uomo
coraggioso deve sapere
aspettare e fidarsi
del destino. Hai mai
avuto paura?
Io?
Sì tu.
Beh, qualche volta ho
sentito delle grandi
vampate di caldo, poi
ho sentito freddo e
ho fatto tanta pipì,
a lei lo posso dire,
è una madre!
Potevo prendere il
cuore tra le man,i
qui, all’altezza del collo.
Ho aspettato,
anche quella volta,
il sonno e finalmente
ho dormito qualche ora.
I proiettili
passavano vicini ma
non colpivano nessuno. Dieci numeri. Delle volte mi chiedo
perché questo tipo
di vita doveva essere
affidata proprio
a me.
Avere sempre paura
e non essere liberi.
Camminare con otto occhi,
due per ogni punto cardinale,
per strada con il timore
e certe volte terrore
di calpestare una mina,
di guardare per errore
la donna d’un nemico,
d’aprire la porta e
non trovare più le
mura della propria casa.
La guerra fortifica, certo,
i più grandi amori
sono nati sotto le
bombe degli stessi
genitori che per anni
non hanno capito
e aiutato l’amore.
I genitori, già, sempre
A parlare della loro
guerra non guardando
veramente la realtà
dei figli immersi in
uno strato di merda
mista a odio.
Mi accendo una sigaretta,
mando il fumo in
basso per non farmi
intercettare e mi godo
questi minuti solo
per me e i progetti
andati in fumo! Quando tornerò dal fronte
voglio ricominciare
a lavorare.
Mi farò raccomandare
da un amico prete
che ha amici potenti
nei Ministeri.
Dovrò rifare la trafila.
Prima il prete, poi
il segretario, dopo
l’usciere, dopo ancora
la gioielleria e
alla fine di nuovo
il prete. Un passaggio
l’avrò saltato, quello
dal Ministro, visto che
sono stato in guerra
darei troppo all’occhio!
Ma l’occhio non me
lo venderò. Mio padre
consegnerà una busta
piena di mila euro e
io dopo un paio di
mesi avrò la scrivania
in qualche azienda.
Ma so fare qualcosa?
Ma sì, qualcosa farò!
Attenderò il venerdì
sera per fare una bella
pernacchia che
lascerà una scia
di suono fino alle
8.59 del lunedì successivo. No, io non ci riuscirò.
E poi quando finirà
il conflitto?
Le guardo ancora in
faccia le persone ma
tante volte non
vengo ricambiato.
Siamo spaccati in due…
come se guardando
t’innamorassi…
come se guardando
odiassi.
Dovrò scrivere una
lettera a casa, meglio
scrivere che far sentire
questa voce rotta dal
tempo. Potrà essere
un po’ patetica, con
toni polverosi, ma
anche vera, commovente,
trasparente.
Vorrei scrivere al
portiere del mio palazzo
per fargli capire che
quando si parte non
ci si preoccupa tanto di
apparire e di dire
le solite cose di
circostanza…si parte
e basta e si fa vedere
quel po’ di fragilità…
tutti ingredienti per
parlar male d’un
povero soldato, di
criticare il fatto che
non sta ai compromessi
e che lascia poche
mance a Natale e Pasqua.
Non compro più nessuno!
Ecco perché sono
partito per la guerra.
Ci guardiamo tutti
ognuno con la propria
storia e geografia.
Le mani, gli anelli,
gli occhiali, i nei,
quelle macchie nobili
sulla pelle e le sopracciglia
che marcano il perimetro
d’una faccia che può
diventare tua
per tutta la vita.
Le scarpe, che spesso
stonano nel disegno
compiuto d’una persona…
stivaletti un po’ volgari
su corpo longilineo! Ci guardiamo tutti con
le code negli occhi, le
lunghe code che tutta
la vita facciamo fino
a quando ci troviamo
faccia a faccia con
chi ci avrebbe dovuto
ascoltare, magari trent’anni fa.
Fa crescere l’attesa?
Non saprei, non saprei
assolutamente. Se non
sappiamo aspettare
cresciamo male, deformati
in relazione alle strutture
portanti della nostra
bombardata vita. Non voglio più contare
questi pochi numeri
che mi separano
dall’ambìto traguardo.
Me ne sto qui e penso
a tutto quello che
mi sono perso con
questo fottuto senso
della responsabilità.
Rispetta il prossimo…
Ma certo che lo rispetto,
ma dite al prossimo
di lasciare un po’
di spazio anche per
me, la trincea è
sempre più stretta e
tutto può diventare
insopportabile. Se passasse una lucciola
potrei pensare che un
po’ di fortuna in
quella breve luce
c’è anche per me, ma
se chiudo gli occhi e
li stringo, vedo oltre
le solite immagini.
Vedo volare, vedo colori,
vedo la spiaggia e
le vette della tranquillità. Se riuscirò a tornare
da questa guerra,
ebbene…
non lo dico, non
faccio promesse, non
posso fare progetti.
Il mio progetto è
combattere e appena
vedo e sento qualcuno
che dice do ut des
sparo!
Se sento dobbiamo fare
una scommessa, Sparo!
Se sento ancora
non ti possiamo pagare!
Sparo!
Vendesi casa in centro,
sparo!
Affittasi monolocale, sparo!
L’ha uccisa ma va perdonato,
sparo!
Ma quando sentirò
Tieni è tuo
deporrò le armi e
mi accuccerò sotto
una nuova luna.
Perché quel padre piange?
Non posso più lavorare!
Perché questo stato non
Riesce ad aiutarlo?
Mi feci male e da
Allora sono sceso
Nelle cantine del mondo
La moglie ha gli occhi lucidi
Mia figlia non trova
Lavoro, s’è sposata
con un disoccupato
possiamo stare
sotto una raffica
di proiettile così?
Aiutateci, presentateci
Qualcuno. Siamo in
Mezzo alla guerra
E non ne riusciamo
Ad uscire.
Da che parte siete?
La parte in mezzo.
Aspettate, vi vado
A prendere qualcosa
Da mangiare e bere
Alla macchinetta.
Abbiamo solo mangiato
Roba confezionata!
Resistete, ma venite
Qui, vi copro le
Spalle. Se qualcuno
Vi nega la libertà
Beh, io sparo.
Forza venite qui
In battaglia sentire
Il calore di una famiglia,
anche se non è la tua,
fa stare meglio.
Individuo una zona
Franca dove non
ci sono nemici,
dove si può guardare
avanti e lasciare
che la mia faccia
prenda le espressioni
dei pensieri perché
non si è osservati,
giudicati e di conseguenza
maltrattati.
Questa zona la chiamo
PAUSA
Un contenitore positivo
Dove i suoni della
Memoria rimbalzano
Tranquillamente da
Una parte all’altra
Della mente.
Le mani s’idratano
E toccare diventa
Più morbido
Quando sono stato meglio?
Quel giorno su quelle
Foglie. Il pomeriggio
Con la luce di ottobre
Dietro la casa.
Quella sera a New York
A farci circondare
Di neve.
Si possono regalare
I propri segreti a
Quest’umanità?
Servirà a qualcosa?
Riuscirà qualcuno
a raddrizzare la
gobba di questa
continua fatica?
Quando si dona
Agli sconosciuti uomini
Un frammento del proprio
Diario di guerra
Si tocca con mano l’Arte?
Chi sono gli artisti?
Ce n’è solo uno o
Solo tanti nascosti
Dichiarati?
I pittori, gli scultori,
i musicisti, i drammaturghi,
hanno la coscienza
a posto?Durante certe pause
Qui in trincea ogni
Tanto ascoltavo un
Po’ di canzoni e
Mi emozionavo ma
Poi tolsi le batterie
Dall’apparecchio, mi
Servivano per la torcia e
Mi accorsi che piano
Piano senza tutte
Quelle parole, stati
d’animo cominciavo
a godermi un po’ di
silenzio.
Saranno partiti anche
Loro per la guerra?
Non sono dispensati dal
Servizio in prima linea?
Magari i cantanti li lasciano
Nelle tende con i generali.
Quanti soldi hanno
Guadagnato!
Molti sono cambiati.
Quand’erano poveri
Urlavano, chiedevano
Giustizia…ora qualcuno
Cantava per hobby,
la ricchezza li aveva
ingurgitati.Quand’ero piccolo avevo
paura solo del buio
ora che dicono che
sono intelligente
certe luci
mi terrorizzano.Mancano cinque numeri.
Mi verrebbe quasi voglia
di regalare questo numero
alla persona che è
appena entrata.
Così per sorprenderla
con un atto di
generosità…
tenga tra 5 numeri
è il suo turno. Ma
veramente io ho il 542!
Non si preoccupi lo dia
A me tanto devo
Aspettare una persona!
Lei è troppo gentile.
Io sono così
Altrimenti sto male!
Allora non mi cede
Il suo numero per
Generosità, ma perché
Ha paura de star male!
Beh, era una battuta!
Non mi piacciono questo
Genere di battute,
l’attesa è una cosa seria…
si riprenda il suo numero! La generosità non viene
Insegnata e quindi
Si potrebbe verificare
Che non venga capita…
Frasi del tipo…
Pensa a te!
Quello viene a chiedere
L’elemosina in taxi!
I soldi che papà ti da
Li devi tenere per te!
Noi non ci possiamo
Permettere di aiutare
Il prossimo!
Alla faccia dell’educazione! Tra i soldati vedo
Tanti ragazzi che
Non riescono a dare,
non sono stati
educati: Ma ora ci
pensa la guerra a
farci stare tutti
insieme, a contare
quei giorni preziosi
persi appresso a
qualche marcio docente
universitario che ci ha
fatto laureare senza
capire niente o
a quelle ore a
parlare solo dei
nostri problemi o
a quel tempo che
abbiamo passato
a scegliere l’automobile
più bella per sentirci
ipocritamente ricchi e
famosi nel nostro
quartiere a cercare
la migliore stronzetta
della zona a riempire
di soldi, quei jeans,
quel pub, quel ristorante
di pesce, quell’attore
raccomandato…La guerra taglia,
lacera, stordisce,
ma ci riporta per strada
a dirci finalmente:
ho una faccia da
stronzo ma
le voglio bene!Quand’ero piccolo
Giocavo ore e ore
Con i soldatini.
Si uccidevano tra
Di loro ma alla
Fine della battaglia
Rientravano nella
Scatola tutti insieme
Morti e vivi. Vincitori
E vinti.
Era il gioco della
Guerra e tutto era
Così regolare.
L’ansia non era neppure
Una parola.
Mi precipitavo a
Tavola Ti sei lavato
Le mani? E mangiavo
Felice d’esserci e
Quell’aranciata me
La godevo fino all’ultima
Goccia frizzante!
Correvo per casa
Stai attento che
Ti fai male! E la mia
Pista d’atterraggio
Era il letto, il tappeto,
qualcosa su cui dormicchiare
con una macchinetta
in mano.
Quanti viaggi!
Quanti innamoramenti!
Che bei matrimoni!
E quante curve sulla strada
Per raggiungere l’hotel
A picco sul mare.
Mi sposavo ogni giorno,
con la stessa persona.
Era il gioco dell’amore
Che allietava la vita.
Mio padre con le scarpe
Di cuoio nere attraversava
L’area dove giocavo
Come giocavo…non guardava
E schiacciava tutto quello
Che finiva sotto i suoi piedi! Fuori le automobili
Correvano e ogni tanto
Moriva qualcuno.
Con la paura, il dispiacere,
la curiosità di guardare quel
corpo senza respiro,
entrai goccia dopo
gocia, macchina dopo
macchina, curva dopo
curva, in guerra.
I primi anni li passai
Nelle retrovie.
C’era il gioco della
Scuola dove gli attori
S’incontravano tutte
Le mattine, a parte
I festivi, e a ora di pranzo,
a fine round si salutavano.
Bene o male si
Poteva sopportare.
Molti feriti con
Segni indelebili sul
Comportamento.Dopo i diciotto anni
Fu naturale combattere meno
Naturale difendersi. C’erano stati
Sempre mamma e papà ma lui
Fu colpito da una granata sul
Torace in un lontano…
Ancora sento il rspiro. Quattro numeri…151. E se dormissi un po’?
Non pensassi più a
Tutto questo. Magari
Facendo filtrare la vita,
la mia, nel sogno,
s’annullerebbe tutto
e potrei stracciare
tutti questi pensieri
e guardare oltre me.
Quante cose si sono
Appiccicate dietro al
Labirinto della mia
Cosiddetta intelligenza
Bloccando tante volte
Quei percorsi alternativi
Dell’intuito. Devo
Dormire assolutamente e
Russare a bocca aperta
Lasciando il mio corpo
Indifeso in balia dei giudizi
Pronunciati sottovoce per
Non svegliarmi.
Che figura farei
Di fronte a questa
Ragazza che corregge
La sua tesi di laurea.
Perché lei non dorme mai?
Quando si russa si
Penetra la parete
Onirica della vita,
si va in profondità e
forse a tanti metri
sotto questa terra,
oltre l’acqua , potrei
ritrovare quel taccuino
che da piccolo scrivevo
pieno d’appunti innocenti. Ma
non mi dovrò accontentare,
dovrò trovare un
frammento di radice, la mia,
per capire dove ho sbagliato,
quando non ho capito, ma
non mi dovrò abbattere…
anche in quel territorio
porterò l’elmetto e
avrò sempre i denti
in primo piano . Perché
starò sempre sorridere
di tutto , soprattutto di
quel che in superficie
vogliono che vada male.
Perché gli uomini
Si fanno catturare dalle
Epidemie : io sto male
tu devi stare male. Io bianco
tu sporco. Io nero tu nero.
Io felice tu infelice.Io ricco
Ho bisogno di te povero.
Io lontano tu vicino a Dio.
Io cattolico tu non capire.
Io musulmano tu cattivo.
Io ateo tu impotente.
Io colto tu americano.
Io giovane tu morto.E se non riuscissi
A svegliarmi in tempo?
Quattro numeri non sono molti.
Magari mi lascerebbero
A dormire su questa
Poltroncina di legno
Fino all’azzeramento
Dei numeri per poi
Svegliarmi e dirmi
Dobbiamo chiudere signore!
E’ un rischio troppo grande.
Ci ho pensato troppo tardi,
come al solito la guerra
mi ha distratto da me stesso. Tengo gli occhi aperti.
Dormirò in un altro
Momento, appena un
Soldato mi sostituirà
Nel turno di guardia.
Dormirò quando si dorme
Stanotte per un paio di ore
Buone e poi si vedrà. Delle volte quando sto
Un po’ così in sospeso
Con quello che ho fatto e
Quello che sarò penso
A certi luoghi dove
S’apre la mia anima:
C’è un bar all’angolo
Della stazione dove
Rinasce in me l’amore
Per questa vita e
I suoi rappresentanti
Esseri umani. I camerieri
Sono soldati della terza
Linea, hanno baffoni,
gel ai capelli, e sono tanto
tanto scanzonati.
Molta gente capita lì
Per caso prima d’attraversare
Ed entrare in stazione.
Pochi manager, pochissime
Stagiste, tanta casualità.
Oramai quando penso a
Certi direttori di banca, a quegli
Accenti spiccati a quelle scattanti
Avvocatesse, direttori di reparto
Telefonia, Beh, credo d’essere
In guerra con loro. Sono
Nemici d’una certa serenità,
armonia d’un sud che una
volta mi piaceva tanto.
La povertà ha un grande
Fascino, ogni cosa ha
Il suo nome giusto, la
Saggezza è una medicina
Che previene la malattia
Del vivere. Ogni cosa ha
La sua stagione. I vecchi sono
Rispettati, nascono e muoiono
Nella stessa casa. I pomodori
Si mangiano solo in primavera ed
Estate, il melone bianco
Anche a natale.
Solo i ricchi veri si comportano
Come i poveri, tutto quello
Che sta in mezzo è un
Esercito di comparse con
Poche battute a disposizione. 151 Tre numeri e finalmente
Toccherà a me. Farò una
Scenata o lascerò parlare
Di fronte all’evidenza
Di tutti questi documenti!
Un ragazzo mi guarda.
Che fa un adolescente
In guerra? Non è giusto,
dovrebbe divertirsi, innamorarsi,
correre, mangiare a tutte le ore!
M’avrà scambiato per
Qualcuno che conosce!
Come se mi volesse chiedere
Qualcosa. Ha intuito tutto
Quello che sto pensando?
Dirà di me questo tipo
È pieno d’amarezza, rancore,
dovrebbe godersi i suoi
anni da padre!Forse ha ragione lui,
dovrei godere anche
gli aspetti positivi
della guerra.
Godere i giorni di
Sopravvivenza. Accontentarmi,
rispolverare dal vecchio zaino
la fiducia, fiducia nell’attesa,
cercare un padre cappellano
senza guardarlo negli occhi,
ma mettere la grata del
confessionale tra me e lui e
fidarmi della sua voce,
perché se lo guardo
negli occhi vedo un uomo
e non gli credo.
Sì, perché Dio è
Una voce e i continui
Bombardamenti non
Me la fanno più sentire!
Devo stapparmi le orecchie.
Questo ragazzo mi può
Aiutare, anzi mi sta già
Aiutando con lo sguardo
Che mi regala.Quasi quasi cedo a lui
Il mio numero. No, lo vizierei, poi
Qualcuno pensa che l’ho comprato
Per avere qualcosa. No. Gli posso dire
Diventa mio figlio!
Si spaventerebbe, mi scambierebbe
Per un pazzo, mi denuncerebbe.
Suo padre m’ammazzerebbe!
Non gli posso neanche dire
Vuoi che sposo Tua madre?
Possiamo diventare amici.
Ma cos’è l’amicizia?
Quand’ero ragazzo
Certe persone mi hanno
Voluto bene come un figlio
E io pensavo Siamo Amici!
Ma non siamo stati amici,
è stato tutto troppo intenso
e d’una indescrivibile felicità.
Ho avuto un padre bis, padre tris…
Forse a lui manca un padre bis
E a me un figlio senza
Il mio sangue! Se mi concedono qualche giorno
Di licenza potremmo andare a
Visitare un abbazia tra le colline
E mangiare pasta e salsicce
All’osteria del cacciatore.
Gli farò portare la mia
Automobile. Ai ragazzi piace
Tanto guidare. E quando mi dirà
Sai cosa voglio fare dopo la scuola?
Io gli dirò Il muratore! E lui
Da che cosa l’hai capito?
E’ bello non avere ambizioni
Inutili. Mi ricordo che quando
Passavamo con la truppa
Vicino l’università incontrammo
Tanti ragazzi che ridevano di noi.
Un caporale con le mani
A forma di cerchio disse a quello
Studente con gli occhiali da sole
Perché voi che fate?
Scienze della comunicazione!
E tutti ridemmo.
Marketing! E partì una pernacchia.
Farò il regista di cinema!
Un rutto fece saltare i bottoni.
Psicologia del turismo!
E lì partì l’applauso. Tirammo dritto verso
L’accampamento, scuotendo la
Testa per tutti questi prossimi
Scienziati della Truffa!
Accanto alla tenda del generale
C’era una grande libreria che ci
Regalò tanti libri. Con tutti quei
Dizionari sul cinema ci costruimmo
Un muretto e quelli dei comici
Televisivi li usammo come sgabelli!
La mente va più veloce
Della vita. Il mio corpo è
Immobilizzato per paura
Di perdere l turno.
Alla fine di tutto questo
Forse l’armistizio, la resa,
la vittoria. Chissà se sul petto
mi si appunterà una medaglia
al valor militare. D’oro?
Impossibile! Di latta. Come
La stella da sceriffo che
Indossavo da piccolo,
perché a quei tempi
sparavo e sparavo e
risparmiavo solo donne e
bambini…ma volevo stare bene,
volevo una pace giusta, volevo
che il bene annientasse
il nemico male.
Alla fine d’ogni battaglia
Facevo merenda o cenavo,
poi andavo a dormire sognando
nuovi giocattoli e imprese dense
di significato.
Mi sentivo un eroe
Che non poteva morire mai. E’ un po’ che non sento
Colpi di artiglieria.
Che si siano arresi?Eppure qui c’è ancora
Tanta gente che aspetta.Quel signore con
La tuta di paille chissà
Cosa gli è successo! Aspetta
Con grande calma. Sembra
Uscito temporaneamente
Dall’ospedale. S’è fatto la barba,
pettinato. Ha sofferto, si vede,
quanto tempo c’avrà messo
per scendere dal letto e ora
per lui aspettare qui è
una pausa dalla paura, dal
dolore, le lacrime senza carezze.
Sua moglie è vicino la porta
A vetri, che fuma una sigaretta…
Quante ne avrà fumate…quante volte
Avrà pianto dietro quel fumo e
Sussurrato preghiere
Nell’orecchio di Gesù
Ascoltami! Graziami
Dalla pena di morte!
Promettendo di camminare
In ginocchio sul ciglio
Dell’autostrada dall’entrata
Di Roma Nord fino alla
Statua di Sua Madre,
la Madonna, che abbraccia
la terra al casello di Orte.
Al ritorno avrebbe preso
Il treno, gli occhi asciutti,
prosciugati dal torrente di
lacrime lasciate sull’asfalto,
avrebbe fumato ancora
facendosi fare la multa
così l’espiazione sarebbe
stata completa!
Vorrei che ci fosse più bontà,
più salute, più comprensione.
Ma i dottori devono lavorare
E dare medicine su medicine
E le case farmaceutiche
Sprigionare nell’aria l’angoscia e
L’incertezza del vivere…
Quando stai male…stai male
E i dottorini si dividono nel tuo
Corpo e se ti fa male una mano
Ti mandano dal manologo,
il piede dal pedologo, la pancia
dall’ariologo,…io, io li manderei
dietro la lavagna a scrivere cento volte
Non lo farò più virgola il dottore! Ma quelli buoni ci sono.
Prima di partire per il fronte
Feci una visita di controllo a
Tutte le articolazioni…dissi
Dottorone, mi sento scricchiolare
In ogni posizione della Vita!
Lui mi prese la faccia con
Entrambe le mani me la strinse
Forte e disse Vai, non hai niente,
è il mondo che scricchiola. Ma quanto sto pensando?
Delle volte il pensiero va
Più veloce della vita.
Oddio…sono solo.
Se sto pensando a tutto
Questo forse sono rimasto
Solo e questi intorno sono
Solo comparse per farmi
Impazzire. Fuori nelle case
Non c’è più nessuno. Hanno
Portato via tutti.
Deportati.
Sarebbe terribile. Insostenibile.
Tornare nel mio palazzo vuoto…
Salire la rampa delle scale…la
Porta aperta di casa…anche la
Foto dei miei non c’è più.
Non potrò più parlare con
Mia madre, non le regalerò niente,
non potrò essere massaggiato sulla
spalla e poi…no, no! Questo è
un incubo che viene solo
dalla sfibrante attesa. 152 C’è una montagna. E’ dentro
Di noi. E’ di roccia. Solida.
C’è che prova a scalarci,
che cerca il sentiero per
raggiungere la mente e
ogni tanto il cuore.
Ogni uomo è importante.
Purtroppo molti non lo sanno,
pensano solo che ci siano
altri più importanti di loro.
La televisione con i suoi
Dirigenti si propone popolare
E invece a creato solide
Distanze.
L’uomo comune non può
Più sognare…può solo
Imitare un pezzo di vita
Di qualcuno sul piedistallo.
Ho capito tutto: noi uccidiamo
Perché ci detestiamo così.
Quando riusciamo a catturare
Un dittatore mettiamo in prigione
Una parte di noi. Molti sarebbero
Stati re, imperatori, e invece hanno
Un negozio o una bancarella
In un mercato rionale.
La mia montagna ha
Una parete ghiacciata. Un piccolo
Mar de glace che anche
D’estate è ferma lì.Non mi sono mai voltato
Indietro…non nella mia vita,
ma qui in questa sala.
Ingenuamente, per educazione,
per non impicciarmi, per paura
d’essere scoperto.
Eppure sento una schiena, i capelli,
non so se c’è un uomo o una donna,
magari una bambina con i capelli
lunghi. Non lo so e credo che non
mi girerò. Non c’è il passato dietro
di noi: C’è una strada vuota, sporca,
ai lati e al centro carte, bottiglie e foglie.
Non passa mai lo spazzino e questo
Miracolo di lasciare sporco e disordinato
Tiene limpido il cuore che batte avanti
Verso un futuro che passerà.Ricordo che tanti anni fa
Tornando a casa trovai per terra
Delle banconote, poche purtroppo,
ma su una c’era scritto
affronta la realtà avrai fortuna!
Ero pieno di pacchi e pacchetti
Che dovevo regalare a Natale.
Misi in tasca con un po’ di
Difficoltà quei soldi e mi chiesi
Se tutto quello che facevo nella
Vita era parte della realtà o era
Una continua fuga, un illusione,
un vivere senza un senso preciso.
Tornai a casa. Misi tutti i regali
Sotto l’albero e cominciai a
Capire di più. Presi una bussola
Ed ebbi la conferma che oltre
La finestra della mia camera
C’era il nord. Ogni volta che
Squillava il telefono andavo
Subito a rispondere senza
Fuggire da qualche rompiballe!
Vidi le previsioni del tempo, era
In arrivo la pioggia e mi dissi
La devo affrontare senza il timore
D’un alluvione. Insomma mi
Sembrava di affrontare la realtà.
Mi tornò il buonumore che da tempo
Avevo perso. Di notte decisi di scartare
Tutti i regali e m’accorsi che c’erano
Tanti errori. Alcuni erano per me, ma
Gli altri cambiarono destinatario.
Li rincartai, cambiai il nome sul
Bigliettino e tornai a dormire.
S’accese una luce in me
A chi ho venduto la mia vita?
La spesi. Dopo un po’ si riaccese
Vivo ad una quarto delle mie potenzialità.
Spensi. Ma ancora la luce
Appena sveglio mi compro un cane.
Io sono un uomo da cane. E’ lì la
Felicità, in quella realtà d’avere un
Interlocutore che parla un’altra lingua.
Sai che mi frega del francese, dello spagnolo,
io voglio capire che mi dice un cane
quando abbaia!
M’addormentai profondamente.
La mattina dopo tutti scartarono
I regali felici della mia originalità.
Mia madre mi chiese
Perché un pipa?
Scusa mamma, ma delle volte
La realtà fa brutti scherzi!
E la fortuna, dov’è?
Ora sono nella realtà
Di questa tacita battaglia.
Da quando sto qui
Non ricordo che
M’abbia sorriso qualcuno.
Magari a fine mattinata
Dirò grazie di cuore a
Qualcuno e mi sentirò
Fortunato. Scaricherò
L’arma e tranquillo
Potrò passeggiare per
Qualche ora.
Affronterò la realtà
Della fortuna.
Bisognerà saperla
Solo gestire. Mi farò
Aiutare. Da qualche parte
Mi farò nuovi amici.
Ci dovrebbero essere
Se sarò fortunato. Eppure nei momenti
Di tranquillità ho
Sempre paura che
Scoppi una bomba.
Questa sensazione
L’ho sempre avuta
Anche in certi momenti
Di felicità. La bomba è
Un imprevisto che squarcia
La linea retta dell’abitudine.
In guerra di bombe se ne
Lanciano tante, si cerca
Di annientare il nemico e
Si uccide l’innocente sconosciuto.
I terroristi, invece, non
Fanno la guerra e questo
Lo devono sapere
Uccidono solo e basta! Se ripenso al mio letto
Nella camerata insieme
A tanti altri soldati
Mi sento meglio. Il sorriso
S’appoggia sulle mie labbra.
Qianti scherzi, quanti urli,
quante lacrime.
La scoperta dell’essere umano.
Una notte, ricordo, andando
Al cesso m’accorsi d’un ragazzo
Che era seduto dentro la vasca
Del lavandino. Non aveva mai fatto
La docci nella sua vita e si lavava
In mutande. Un altro non leggeva e
Non scriveva, non sapeva farlo, ma
Ascoltava con piacere i miei racconti.
Era quella la realtà. Lì mi sentivo
Fortunato, perché ero stimato,
ascoltato e la generosità
mi usciva dai pori.
Un mio compagno mi chiese
Di scrivergli una lettera d’amore.
Tutte le sere poco prima del
Contrappello m’inventavo una
Poesia che recitavo in mezzo
Ai letti della camerata.
Forse l’ho lasciata lì la realtà.
I giornalisti in televisione
Parlano della società e pensano
D’essere i costodi della cultura.
Portano via famiglie intere dalla realtà
E lasciano per strada gruppi di
Spettatori pieni d’incertezze.
L’intelligenza è un’altra cosa.
Sono furbi e opportunisti come
Tanti attori che imitano a memoria
Una realtà che disconosco.
Ma perché parlo così?
Che m’importa delle persone
Che non vogliono ammettere
Che esisto, che parleranno di me
Per pochi secondi dopo la mia morte…
I soldati sono vivi dopo la morte
Da eroi. Per loro qualche parola,
una frase su una piccola lapide
nel cimitero di montagna e niente più.
Niente più.E se piovesse su tutto il mondo?
Ma di quella pioggia che non fa paura,
non reca danni, ma chiarisce le menti.
Purifica il futuro.
La guerra sarebbe costretta a fermarsi.
Troppa acqua. Nessuno vorrebbe
Un nemico annacquato!
Bisogna essere leali, combattere
Alla pari, anche se tutto quello che
Ci circonda è pieno di declivi
In alto, in basso. Mi sento solo.
Parlo e scrivo. Mi manca un interlocutore.
Queste cose non le avrei mai riportate,
non c’era bisogno. Le avrebbe sapute
un amico. Sarebbero diventate sue e io
avrei riso vedendomi in un’altra persona,
come quando un cono di luce
riscalda la faccia d’un misero attore
che parla la mia vita.Depongo le armi,
lascio perdere tutto,
tanto non si vince mai in guerra!
Si cerca di non perdere la pelle
E basta.
Prendo il fazzoletto che m’ha
Regalato mamma, ha le mie
Iniziali ma è bianco e lo posso
Sventolare in segno d’arresa.
Manca poco, lo so, ma non
Resisto al pensiero di far
Parte d’una società così ipocrita.
Mi arrendo.
Non l’ho ancora detto, l’ho pensato!
Prendetemi con voi, spogliatemi
Di tutto ma non fatemi del male.
Io voglio solo tornare a casa e
Ricominciare tutto.
Tutto di ferma alla lettera G…Guerra.
Riprendo dalla lettera successiva l’H.
Vado in un hotel ma alla lettera I
Posso dimostrare d’essere un
Innamorato perenne.
Scusate, scusate,
vi devo chiedere una cortesia,
spero che mi capiate.
Ho mia figlia a letto
Con la febbre, sta facendo una
Cura e non può rimanere sola
Per più di un ora, abito a cinque
Chilometri da qui me la sono fatta a piedi.
Ho il diabete, il piede non regge più…
Potrei passare avanti devo assolutamente
Pagare oggi sennò ci pignorano
Anche il letto della povera Michela?
E chi è Michela?
Mia figlia, gliel’ho detto…non sta bene!
Per me, non c’è problema –
Disse l’uomo con il nasone da bevitore.
Guardi, io ho più fretta di lei, mio marito
È morto un mese fa e sua madre è casa da
Me e a quest’ora urla dalla fame!…comunque
Se anche gli altri la fanno passare…
Mancava un numero per il mio turno
E ora la signora dei tanti problemi
Mi apriva la scatola della coscienza, la
Comprensione e anche il cassettino della
Superstizione…e se un giorno
Capitasse a me?
Quanto avevo pensato fino a quel
Momento. Quante ore seduto, in piedi,
al bagno! Ero arrivato al traguardo
dello sportello ma c’era ancora un ostacolo.
Così si diventa Santi!
Faccia valere i suoi diritti mi disse sottovoce
Un signore. I miei diritti?
Certo, lei è un soldato e non ha tempo
Da perdere, non può farla passare!
Mi dispiace per tutti i guai della signora!
Chi si dispiace troppo non vive,
rischia d’essere accoppato!
E che devo fare?
La guardi bene negli occhi…secondo
Lei ce l’ha una figlia?E per il diabete,
perché non le chiede la cartella clinica?
Ma come faccio, mi scusi! Anche lei
Avrà una madre anziana che l’aspetta!
M’aspetta da tanto, vede, e allora, mi dica,
chi vale di più, la figlia della signora o sua madre?
Ha paura di non essere buono?
Ho paura che non siamo buoni! E poi non
Posso fare confronti!
E allora faccia passare anche me!
Perché a lei cos’è successo?
Niente, ma potrebbe accadermi
Qualcosa se faccio tardi…allora che fa? Avevo la sensazione che tutti
Attendessero la mia risposta,
il mio lasciapassare, come quando
si entra in una zona segreta dove vige
la parola d’ordine. Ma forse in pochi
la conoscevano questa parola che
non ci fa entrare in conflittocon gli altri.
Se la faccio passare quel signore
Sarà mio nemico. Se non la lascio
Passare la madre con la figlia malata
Mi odieranno! La folla in attesa borbotterà
Bravo ragazzo! Bravo coglione!
Mi stanno mettendo in crisi. Urlo!
Me ne vado? Che faccio?
Non posso chiamare il Generale
Per un problemino del genere!
Il Generale è impegnato a ricostruire
I pezzi dell’Uomo e non può ascoltarmi.
Sono di fronte alla verità e alla menzogna…
Sulla stessa linea a un passo dalla meta
Sono costretto a guardare indietro.Egregio Generale,
mi metti sempre alla prova
per ogni piccola cosa di questa Vita
in Guerra. Devo resistere, pensare, anzi,
come dici Tu, riflettere…con coscienza.
Ti pongo una domanda che tanti
T’ hanno fatto. Scusa, ma mi sento uno
dei tanti: arriverò alla Pace?
Attendo una risposta.
Con devozione.
Il soldato
Antonio Guerra
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