Racconti
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L’intercapedine
T h o m a s O t t o Z i n z i
Ottobre 2009
GL
Se mi avessero chiesto
“ allora, che cosa pensi di
questo mondo? “ avrei
potuto rispondere “ ancora
non lo conosco bene, ma
datemi un po’ di tempo! “
Ma le domande non me
le faceva nessuno e non so
esattamente perché.
Avevo undici anni da
ventitre ore, ero ancora
biondo, capelli lunghi ma
ordinati e camminavo come
un adulto, un soldato,
un giovane padre.
Non sapevo bene chi fossero
i soldati, stavo capendo
chi erano gli adulti e
conoscevo abbastanza
mio padre. Lui sì che
era un uomo! Quando
camminava al sole non
lasciava ombra e sapeva
sempre quello che voleva
mangiare. Io non ero
così, non mi piaceva
il cavolfiore, per quell’odore
un po’ da tazza del
bagno, ma non sapevo
distinguere tra una bistecca
di maiale o di vitella.
Non m’importava.
Non m’importava.
Tutti i pomeriggi andavo
a prendere mia sorella
a scuola. Mi rispettavano
tutti. Il benzinaio mi
salutava con grande
rispetto e non mi faceva
domande inutili; mi diceva solo
“ Buon pomeriggio signor Astolfo!”
“ Buon pomeriggio signor Esso!”
dicevo io.
“Quando avrò l’onore
di farle il pieno?”
“ Tra sette anni e dieci giorni
sarà per me un piacere
pagare la sua benzina!”
Non mi diceva “mi saluti mamma,
ossequi a papà, ah, un pizzicotto
alla minuscola sorella tanto bella,
tanto bella!”
Faceva bene, era così
edificante sentirsi liberi
dalla convenzione dei suoni
e delle parole.
Camminavo con il petto
in avanti e la testa dritta
verso il nord ovest, l’avevo
visto sulla bussola.
Mi piaceva sapere dov’ero
collocato in questo universo. Ero qui
e qualcuno dall’alto
teneva conto di me.
Ecco perché ero sempre
così composto, non
volevo mai fare brutta figura.
Se una malinconia sfiorava
la mia faccia, prendevo
una foglia grande,
le facevo un buco
per un occhio e
camminavo mimetizzato
allo sguardo del destino.
Ma a quell’età potevo
conoscere il significato
della parola destino?
Beh, vi sorprenderò, ma
lo conoscevo, forse perché
avevo cominciato
a suonare la tromba.
L’aveva lasciata a casa
mio nonno e prima
di regalare la casa a papà disse
“ Datemi almeno una soddisfazione:
imparate a suonare questa tromba.
Ci ho fatto la guerra!”.
Nella musica la parola
destino è essenza della
sua misteriosa esistenza.
Tante volte Astolfo
si fermava in mezzo
alla strada a pensare
e guardava fisso
davanti a sé.
La quotidiana vita
scorreva. Qualcosa entrava
nella sua giovane e potente memoria.
Ci sono uomini che già da bambini
custodiscono la memoria del tempo.
E’ come se già sapessero
che uno squillo di tromba
durante la battaglia
può significare che è
il momento giusto
per decretare la resa,
alzare la bandiera bianca
e tornare a casa.
Ma i bambini si arrendono?
No, io non mi arrendo!
Perché dovrei arrendermi?
Anzi!
Mi dissero che a Roma
abitava il Padre di Gesù.
Aveva una casa enorme
che aveva affittato al Papa,
con una cupola immensa.
Non avevo l’indirizzo, ma
una signora ben informata
mi disse che avrei cominciato
a vederla dietro al palazzone
di fronte a me. E fu così.
Cercai di capire dalla bussola
come ci potevo arrivare
facendo meno strada possibile.
Trovai delle tracce.
Erano sicuramente tracce
del Creatore, ma portavano
da tutt’altra parte.
Per un attimo
persi l’orientamento:
non sapevo se andare
in quell’immensa casa
piena di statue e
un’irraggiungibile arte
o seguire con cautela
le tracce e vedere dove
aveva trovato la dimora
il mio Creatore, perché
da quello che avevo capito,
mio padre e mia madre
erano solo delle comparse
a cui erano stati dati nomi
e ruoli generici e i miei veri
genitori – ma vi prego,
non lo dite troppo in giro –
erano invisibili, intoccabili,
erano – l’avevo capito da un
cane che si rotolava al sole –
la solidificazione,
la carnificazione della Fede!
La fede? Cos’è?
Quanto dovevo aspettare
per capire! Io avevo fretta.
Il tempo non è denaro, è tempo
e non si può lasciare
perché scorre come
una lacrima di madre
che ha il figlio in guerra,
come la lacrima di figlio
che ha la mamma in ospizio…
questo me lo disse
nonno, il trombettista,
e ci ho sempre creduto!
Vidi una cosa straordinaria:
un ragazzo down mi sorrideva
e con voce roca mi chiedeva
di stare con lui.
Caspita che traccia!
La sua mano
piccola piccola prese
la mia e mi portò
in uno scantinato.
Un topo aprì la porta,
lo accarezzammo insieme
e ci fece capire che
dovevamo fare piano
perché sopra le reti
senza materasso dormivano
tanti, tanti piccoli uomini.
Perché piccoli uomini?
gli chiesi. Tutti bassi
ma grandi e gentili.
Lavoravano la sera
nelle vene della città
e di giorno dormivano
per sognare una vera vita,
la loro, lasciata in Bangladesh
per un boccone amaro
qui dove vivevo io, ma anche Dio!
Accarezzai le vene sul braccio
di un dormiente… se avessi
potuto gli avrei inniettato
un po’ di blu – mi avevano
detto a scuola che i ragazzi
con il sangue blu hanno
pochi problemi!
Ma non potevo,
non sapevo come fare,
ma il mio amico con
quegli occhi a mandorla
mi portò ancora più giù,
in un’intercapedine…
conobbi due ragazze,
bellissime, una era
un po’ nuda ma non le dissi
niente, anche se ero piccolo
cominciavo a capire la bellezza
della nudità e capivo perché
gli scultori non si lamentavano
mai del loro lavoro!
Anche tu sei solo?
No, io ho i genitori, una sorella,
mio padre lavora lì, mia madre là,
mia zia è la direttrice del museo dei musei
e mio cugino è alla Telestellacometa,
ha cambiato il cognome per lavorare
con zio…insomma siamo tutti
sistemati! Io avrò in eredità
la villa di famigli,caccierò mia sorella e
vivrò con due mogli e tanti figli,
forse farò il cantante
così non farò niente!
Ma non le risposi così.
le dissi Si vede?
Sì, un po’ disse lei
emi aggiustò il colletto della polo.
Sono contenta che ci sei
venuto a trovare,
siamo sempre sole qui,
ma non ci lamentiamo.
In fin dei conti si sta bene,
stiamo un po’ strette ma
non ci facciamo mancare nulla.
Che bel televisore! Dissi io. E lei
me l’ha regalato Eva a Natale,
è sempre acceso, a me picciono
tanto le telepromozioni…vedi,
quel materasso l’abbiamo comprato
in televisione, ce l’hanno portato
direttamente qui.
E cosa hanno detto quando
sono scesi qua sotto? – dissi io.
E’ comodo l’inferno?
E voi?
Siamo scoppiate a ridere, ma
dopo Eva ha cominciato a piangere
così tanto che con le sue lacrime
sono riuscita a passare lo straccio!
Poverina!
Poverina!
Ma sottovoce aggiunsi
Perché non si veste?
Non si vergogna?
Scusa, ma noi a casa
non stiamo mai nudi!
Al lavoro la preferiscono così!
Disse lei, e io
E’ fortunata, così non deve
comprare niente da vestire!
Sì, è fortunata.
Avevo capito però che
dovevo fare qualcosa…
Eva aveva un corpo da principessa
acui era stato tolto il suo castello.
Io la volevo aiutare.
Volevo dare qualcosa
alle due ragazze dell’intercapedine.
Volete una Mercedes?
Risero.
Mio padre ne ha una che usa poco,
è sempre ferma in garage,
mia madre ne ha un’altra,
potremmo andare a fare
un giro insieme!
Chi sa guidare di voi?
E lei
Io avevo il foglio rosa a Cracovia!
Sei talmente femminile che solo
il foglio rosa potevi avere!
Se venite da me, insieme
al vostro amico, andiamo
a fare un viaggio, che ne pensate?
Ma tu sei piccolo…disse la ragazza.
Piccolo, grande, l’importate è viaggiare.
Tra una settimana i miei vanno in montagna,
rimarrò solo con mia sorella e la nonna…
ci penso io ad organizzare tutto!
E i soldi? disse l’amico.
Li metto io! disse Eva
Li dovevo spedire spedire
ai miei, ma questa volta
me li tengo per me e per noi.
Allora, fra sette giorni venite a casa mia.
Gli scrissi l’indirizzo
sul muro d’entrata.
Vi aspetto di mattina presto!
Va bene.
Va bene.
Va bene.
Eva?
Sì!
Sarai costretta a vestirti,
non puoi guidare nuda!
Hai ragione…
Astolfo, mi chiamo Astolfo!
Hai ragione Astolfo, mi
vestirò molto bene.
Anch’io.
Anch’io.
Anch’io.
S’era capito. Astolfo sapeva
stare con le persone ferite,
nude, spogliate di tutto
per l’ingiustizia che asfalta
le strade delle nostre città,
i vicoli dei paesi, i ciottoli
di quei bellissimi borghi sul mare
in una spietata realtà
che fa del razzismo un
unico grande quartiere!
Una signora con l’ossigeno portatile
s’aggrappava al palo della luce
prima d’attraversare la strada.
Una zingara sfigurata faceva
scendere una lacrima
sul parabrezza dell’auto
accanto alla nostra
e con la spugna la pulì.
Un cane a tre zampe correva
felice dietro ad un treno.
Un sacerdote elegante
cominciava a scomporsi
davanti al corpo disteso per terra
di suo padre.
Un barista andava a passare
il suo giorno di riposo
nell’atrio della stazione Termini.
Una suora messicana
non la smetteva mai
di sorridere e cantare.
Un carabiniere alto alto
telefonava alla mamma
dicendo che stava bene.
Un attore non riusciva a
parlare con nessuno che
non fosse un attore.
Un camionista feceva la pipì
nella bottiglia per arrivare
prima all’ipermercato
oltre il confine.
La mani del pianista
s’appoggiavano con l’Anima
sulla tastiera e cambiavano
il destino di duecento spettatori.
Non voglio diventare un’altra cosa,
un altro uomo. La tradizione
della mia famiglia di fare soldi
deve continuare.
Voglio aiutare e quindi devo avere
una borsa piena di denaro!
Anche da poveri si può aiutare, lo so.
La cosa che conta di più è
avere le idee e tanti ricchi
e molti poveri non le hanno!
Forse mi dovrò far
crescere la barba, Gesù
ce l’aveva e anche quello
con le mani ferite. La barba
è rassicurante ma non basta.
Mi piace chi non assomiglia a
nessuno. Adesso posso
ancora dire mi piace,
poi tra 10 anni mi piacerebbe,
e fra 20 mi sarebbe piaciuto!
Una sera mentre facevo i compiti,
vidi un uomo e una donna
che si aggiravano nel mio
giardino. Spensi la lampada
per non farmi vedere e
li osservai per capire
le loro mosse. Vogliono
rubare a casa nostra?
Ci vogliono fare una rapina a
mano armata? Erano dietro
gli alberi e aspettavano. Cosa?
Forse che si spegnessero le luci
della sala e della stanza dei miei.
Si guardavano senza parlare.
Lei era molto triste, lui pieno
di pensieri. Quasi quasi chiamo
la polizia e la facciamo finita.
Non si muovevano, lui mangiava
un panino – un furto a stomaco
pieno riesce meglio? Cosa
ci avrebbero fatto con i bicchieri
d’argento, con il quadro con quel
taglio in mezzo? Con la pelliccia,
che quando mamma la indossava
le usciva un visone grande così!
Quanta roba inutile, avevamo a casa!
Lo dovevo fare io il furto.
Misi tutto dentro il copripiumone e
scesi in giardino. Un po’ di paura
ce l’avevo ma …
Rovesciai sul prato il bottino e urlai
Grazie! Grazie veramente!
Il mio amico del cuore
s’era trasferito nel cuore
di un altro amico e io
m’ero abituato a scambiare
e depositare i miei sentimenti
nelle persone che incontravo
quando fuggivo dagli impegni
imposti da mamma…la piscina,
il tennis e le ripetizioni
di latino. Ero bravissimo a trovare
le strade per fare lezioni brevissime e
saltuarie… e non vi dico come!
Il ventiquattro dicembre
d’un anno che mi era
piaciuto molto, alla vigilia
dell’undicesimo Natale della
mia vita, mi ritrovai
di nuovo in una intercapedine.
Ero sceso nella cantina
della chiesa a prendere
un paio di pecore che
mancavano al presepio.
Il parroco mi ci aveva
mandato promettendomi
un assolo nell’adeste fidelis
di mezzanotte.
Tutto trovai! A parte le
due smarrite dal gregge…
quadri, tappeti, scatole
di tutte le dimensioni
e in fondo all’ordinatissima
cantina, una porta.
L’aprii , percorsi l’intero
perimetro della chiesa,
alcune feritoie davano
all’interno e una in
particolare sotto l’immagine
del buon samaritano.
Non c’erano candele,
né fiori, ma il bianco viso
d’una donna che parlava
al buon!
Mio figlio non mi aiuta,
sua moglie non c’ha
tempo, mio marito
ve lo siete presi, mia
sorella non ricorda più,
la signora dove ho
prestato servizio è
morta, i figli – tanto bravi –
mi hanno mandato via.
Ho la pressione alta,
il sangue deve coagulare,
prendo le gocce per l’ansia,
il gas non lo posso più pagare,
la pensione è quella che è…
Sono stanca : me ne voglio
andare, ma che faccio?
Lascio questo scansafatiche
di mio figlio solo con sua moglie?
Che devo fare? Che devo fare?
Solo da Te posso venire.
Dagli altri ci vanno tutti.
Noi siamo caduti e
Te ci devi raccogliere!
Qui non c’è nessuno.
Mi aiuti o anche Te
cerchi cerchi qualcuno
che ti aiuti?
Sono piena di guai,
te l’ho detto…
Se mi ascolti un po’
ti preparo il ciambellone.
Te lo porto qui…
Lo metto sotto il mantello
così quando ti riposi un po’
te ne mangi un pezzo.
Lo vuoi un bicchiere di vino?
Il vino fa sangue!
Allora? Fai qualcosa?
Il parroco non capisce
e non mi vuole capire.
Devo avere pazienza! – ha detto-
pregare e aiutarmi da sola!
Che frase a effetto!
E tu che ci stai a fare?
Sono una disgraziata!
Mi metto qui, penso un po’,
non ce la faccio a pregare…
poi torno a casa.
Sarebbe bello se aprendo
la porta trovassi un po’ di pace.
Mi veniva da tossire, mi
vibrava lo stomaco,
l’intestino provava a fare
un altro giro di danza
nel mio corpo!
Volevo rispondere,
reagalarle una parola piena
e le dissi… Io non volevo
ascoltare. Sono capitato qui
per caso. Ero alla ricerca
di due pecorelle smarrite.
Io sono piccolo,
saprò darti una mano?
Ti sono vicino,
molto vicino,
sono sotto di Te.
Tu sei sopra la terra
E io sotto. Non ti spaventare
Sono vivo e pieno di forza.
Mio padre ti può aiutare,
glielo dico io. Dimmi dove
abiti e verremo a trovarti.
Vado matto per il ciambellone,
mo madre lo compra all’iper
e non ha lo stesso sapore!
Lascialo lì, appena trovo
le pecore me lo mangio…
ma tu non ti smarrire,
il prossimo futuro
ti darà una mano.
Ora devo andare,
ci vediamo sulla terra!
Se un soldato bussasse
alla mia porta, non so
se riuscirei ad aprire.
Mi farebbe un po’ paura
questo suo ritorno
alla vita quotidiana.
Dopo tanta paura notturna
con gli occhi spalancati
per cercare nel buio le mine,
come farebbe ad entrare
in un tinello, nella sala,
nella mia stanza dove
non accade nulla…Tutto
questo mentre il soldato
cercava, cercava di non morire
e di non far morire i suoi compagni,
sempre sull’attenti davanti
al lenzuolo della bandiera
tenuta su da un filo di vento.
Il vento per me è
Incoraggiante. Mi piace
correre quando mi spinge,
vado veloce senza sforzo,
rido e rido a squarciagola e
nella velocità ascolto quello
che dice la gente di me
Oddio, un bimbo matto!
Guarda guarda guarda
come vola, ma non
gli danno da mangiare?
Certo che l’adolescenza è
sorprendete! E poi dicono
che vanno controcorrente!
Il vento porta le voci…
Voci forti come picconi
che riescono a demolire
i viadotti della nostra gioventù
sospesi su dei crepacci
altissimi e ci costringono
a cercare strade alternative,
antiche, strette, senza
indicazioni precise che disorientano
il nostro cammino verso quella
casetta alla fine della salità
così vicino all’eternità.
Un periodo i miei s’erano
veramente montati la testa.
La domenica mattina
andavano a giocare a golf.
A noi ci lasciavano
in un angolo di parco
a giocare all’aria aperta.
Qualcuno ci chiedeva
di parlare sottovoce per
non disturbare la quiete
dei ricchi giocatori.
C’era un direttore d’orchestra
con tanti, tanti capelli,
che si doveva rilassare, il
figlio d’un celebre attore
che si doveva distrarre
e una giornalista che,
come un fucile,
si doveva scaricare.
I miei s’erano comprati
tutto l’occorrente per
salire di livello e
apparire benestanti,
spendaccioni e libertini
nel senso che le regole
del matrimonio, la domenica
erano sopresse e papà
si dava da fare per
essere playboy insieme
al commercialista e all’avvocato
con il sigaro a mezz’asta!
Mamma non stava proprio a
suo agio e scaricava
tutta la frustazione con
lanci fortissimi e sproporzionati.
Un giorno il vento sistemò
nella mia mente tutte
le timide idee che
mi ero fatto su quel posto
e su quella gente.
Ma quand’è che mi ridai i
soldi che t’ho prestato
cinque anni fa?
Non si vedeva nessuno
Ma arrivavano le voci.
Maledetto, figlio di una ballerina
di varietà, ma non t’ho pagato
facendo il prostituto con te?
Ma che dici, i soldi sono
un’altra cosa , non solo
t’ho fatto risparmiare
tutti quei soldi che dovevi
dare allo Stato e ora
mi rinfacci pure che
mi piacciono gli uomini?
Tu sei uno strozzino!
Io? Ho aiutato la tua famiglia,
tua moglie l’ho fatta togliere
dall’impresa di pulizie
e l’ho fatta assumere alla
segreteria dell’Assessore
alla grande pace…e ora
non mi vuoi restituire
i miei soldi? Ne ho bisogno:
mia figlia vuole il gippone
e non la posso deludere.
Se non me li dai entro
ferragosto ti sputtano
dappertutto, anche qui
al circolo, dove ancora
ti sto pagando il vitalizio!
Ero bloccato sotto
ad un albero, mia sorella
per fortuna era andata
a fare un bel bisogno.
Una di quelle voci
era di mio padre?
Ora nella mia anima
c’è un’intercapedine, lunga,
lunghissima.
Una pallina da golf
la può percorrere tutta
e forse perdersi nel
labirinto dei miei progetti.
Frenerà nelle pozzanghere,
rallenterà nelle discese
e prenderà velocità
nelle continue salite.
Cerco la stella polare,
non mi basta la bussola
devo guardare con gli occhi
quella luce misteriosa
e romantica che s’accende
tutte le sere accanto
alla luna.
Quando sarò grande
non dovrò dimenticare
quella stella, soprattutto
quando la speranza avrà
bisogno di lei.
Alle fermate degli autobus,
dopo una giornata di lavoro,
chiederò a tutti i prossimi
passeggeri di guardare un istante
lassù, oltre i palazzi, le insegne
luminose, gli aerei,
così che la lunga attesa
e la faticosa e scomoda
convivenza si trasformino
in goliardia e il rientro
a casa sia come quella
d’un gruppo di ragazzi
nella camerata di un collegio
dove l’accensione della luce
notturna aprirà le danze
ai rutti, le scorregge,
ai grandi russatori
con una pernacchia
all’unisono per la finta
serietà della vita!
E che vuol dire
domani?
Domani, sabato?
Domani stai meglio?
Sì, domani!?
Ogni giorno sarà
il completamento
di un altro.
Sì, credo proprio di sì.
Alle cene con mamma e papà,
ho sentito che si stava meglio
quando non si stava bene!
Che quando loro andavano
al liceo, era tutta un’altra cosa!
Intanto mangiavano e
mandavano giù bottiglie
di vino costoso e si
volevano bene facendosi
tanti complimenti e promesse!
Ma domani? Domani
che cosa dicevano?
Che gli amici erano dei falliti,
finti ricchi, che prima di parlare
dovevano sciaquarsi la bocca
con lo Chanel 5!
Sì , è vero, ho sentito
tutto questo e non l’ho
mai detto a nessuno!
Il compito di trovare
una nuova strada da
percorrere senza il macchinone,
Lo sa chi sono io?
ebbene quel compito
è mio della minuscola.
Abbiamo il dovere
di rieducarli. Hanno
ragionato troppo da soli
e i risultati si vedono.
Sono un presuntuoso?
Sono un bambino un po’
grande, non sento il bisogno
di grandi cose. Vorrei
sentire freddo quando
fa freddo e caldo quando
il sole toglie il respiro
e le gocce di sudore
riempiranno il bicchiere
del futuro. |